L’infinita questione del “carogiochi”

October 1, 2006   Mondi digitali

Premetto subito che questo post, nemmeno se fosse chilometrico, potrebbe esaurire la questione sui prezzi dei videogiochi. Ma in questi giorni, in cui sente sempre parlare di finanziaria, aliquote e redditi del ceto alto\medio\basso ho riflettuto un attimo sui costi che un giocatore medio deve affrontare.

Innanzitutto c’è da chiarire l’incongruenza della classificazione merceologica: i videogames sono definibili come un prodotto destinato ad un mercato di massa oppure fanno parte della categoria hi-tech accessibili solo da una nicchia di persone? L’incongruenza è che, a distanza di 10 anni, quando la prima Playstation aveva conferito ai videogiochi lo status di "mass product", le console ed i pc sono diventate tecnologicamente sempre più complesse, trasformandosi in concentrati di multimedialità e di conseguenza sono molto più costose, come del resto anche le applicazioni software dedicate. Il risultato è che si vendono prodotti hi-tech in un mercato di massa, con la conseguenza che tutti li vogliono e pochi possono permetterseli.

La seconda grande questione è la pirateria. Qui si possono aprire discussioni infinite, come quella dell’uovo e della gallina. C’è chi sostiene che la pirateria sia l’effetto (quindi la risposta dei consumatori) dell’alto prezzo dei giochi. Perchè spendere 50-60 € quando a 10 € puoi prenderli dall’ambulante davanti l’università o ancora meglio, scaricarli col mulo? L’altra parte della barricata risponde che il prezzo attuale dei giochi è giustificato dagli alti costi di produzione e dal fatto che la pirateria appunto, sottrae ricavi all’industria ludica.

Ora, io vorrei solo far notare due cose: Il settore dei videogiochi è diventato simile a quello della musica: ovvero grandi etichette producono moltissimi giochi: la maggior parte sono di scarsa qualità e generano solo perdite mentre un ristretto (a volte un solo titolo) numero di giochi coprono da soli le perdite e generano anche un margine di guadagno. Quindi in pratica Tomb Raider da solo permette alla Eidos di recuperare i soldi spesi per schifezze e di guadagnarci. Mi viene da chiedere allora, perchè non ci concentra solo su videogiochi di qualità e si risparmiano i soldi spesi per obbrobbri videoludici che nessuno compra? In questo modo ci guadagna l’industria e pure la saccoccia del giocatore.

La seconda cosa che ho notato è che per risparmiare qualcosa, l’alternativa legale della pirateria c’è e si chiama mercato dell’usato. I contenuti digitali "usati" non perdono la loro qualità come dei jeans già indossati e quindi un prodotto usato, sempre che il supporto fisico sia integro, è uguale al nuovo. Ma ai produttori solo a sentire parlare di usato vengono i capelli dritti! Sony ha la sua linea Platinum per i best seller ma a 29,99 € chi è che compra Fifa 2006 quando è uscito FIFA 2007 ? E’ una presa in giro, diciamolo.

I produttori non danno scelta, e si vede anche dalla reticenza ad includere il "region free" nelle loro console, non sia mai che con il gioco importato un papà riesca a risparmiare qualche euro sui prossimi regali di natale e che il figlio impari finalmente sto dannatissimo giapponese!

Stevetk